Rinnovamento interno
C’era una volta… una Italia che nasceva. Essa creava faticosamente, nell’ambito delle città o su più vasta superficie, le forme dello Stato. Lottava per allontanare le influenze tedesche del Sacro Romano Impero germanico e, prima ancora, quelle greche dell’altro Impero d’oriente che si erano fatte sentire per secoli nel sud della penisola, nelle isole, a Roma, a Ravenna, a Venezia. Cominciava a mettere in iscritto le sue favelle volgari, fra le quali una, di magnifica purità ed armonia, destinata a diventar lingua letteraria italiana, segno e strumento di unità spirituale. Volgeva le sue riflessioni sopra gli alti problemi dello spirito ed iniziava una filosofia italiana o, meglio, concepiva con modi suoi, nutriva di sua sostanza, vivificava di sé i problemi universali della filosofia. Elaborava, trasformando elementi barbarici e romani e volgari, redigendo costituzioni regie e statuti comunali, raccogliendo consuetudini dalla viva realtà o glossando testi nelle scuole, un nuovo diritto che è o sarà il diritto italiano. Riprendeva a costruire grandi moli, prima sacre e poi profane, prima pubbliche e poi private; a scolpire il marmo e la pietra; a dipingere e decorare e ornare con passione e senso vivo del bello; a manifestare visibilmente e tangibilmente la sua vita interiore che si è fatta più alacre, più ricca ed espansiva, più affiatata col mondo esterno e la natura. Quella genìa, insomma, cessava di vivere spiritualmente su gli avanzi del ricco banchetto degli avi, non si contentava più di ruminare lentamente e silenziosamente quel che Romani e Germani o magari Arabi e Greci avevano lasciato e portato, ma si creava una propria vita ed una propria cultura. Tutti i segni, insomma, del nascere di un popolo o di una Nazione, che nell’indistinto mondo romano-germanico-cristiano si individuava e mostrava un proprio volto. Siamo fra l’XI e il XV secolo.
Espansione
Questa fase, altamente creativa, della sua storia fu per l’Italia, o per quel complesso di forze che sono virtualmente l’Italia e preannunciavano l’Italia, anche una fase di irradiazione di attività e di uomini fuori dei limiti della penisola, sopra le coste dei tre continenti bagnate dal Mediterraneo ed anche entro l’Europa centrale ed occidentale. La nuova società italiana, mentre all’interno dava vita alle piccole patrie municipali e sentiva, negli spiriti più fecondi, germinare il senso di una patria non municipale ma nazionale, si lanciava ad una azione quasi cosmopolita. L’aumento rapido della popolazione che si ebbe da noi, più che in ogni altro luogo, attorno al Mille; lo sviluppo demografico, a volte sbalorditivo, di molti nostri vecchi centri urbani che seguitano a costituir come l’ossatura della penisola; il mutamento delle condizioni giuridiche e sociali dei contadini; il riattivato scambio di servizi e prodotti fra città e campagna, quasi per una restaurata divisione di lavoro; questo ed altro determinò una somma di bisogni nuovi che solo il commercio con paesi economicamente diversi poteva appagare. Ed ecco il traffico mediterraneo che riprende, specie con l’Oriente. Fatto indubbiamente europeo, questo, oltre che italiano: poiché tutta l’Europa, dico l’Europa romano-germanica, si volgeva verso quel mare ed il Levante, via via che essa pure si ripopolava e si ordinava attorno ai suoi centri — grandi feudi, città, monarchie — e generava una piccola aristocrazia feudale dissestata e fermentava di spirito d’avventura e di religiosità battagliera e di desiderio di ricchezza. Sul Mediterraneo sfociava, convergendovi da parti diverse, l’oscuro conato di quei popoli, nel tempo di una lor nuova, più organica sistemazione. Ma gli Italiani prima e più degli altri: essi al centro di quel mare; essi legati ancora — Veneziani, Pugliesi, Amalfitani, ecc. — da tanti vincoli con l’Impero bizantino; essi premuti con più urgenza dal pericolo arabo e costretti a reagire; essi economicamente più progrediti. Le loro maggiori città costiere, poi, Venezia, Pisa, Genova, Amalfi, poste su l’acqua e su grama terra, tutta stagni o roccia, erano nella necessità di importare merci e prodotti d’oltre mare, per farne oggetto di scambio con derrate del retroterra. Su essi si facevano sentire anche i nuovi bisogni dell’Europa che nella penisola trovava il centro del cattolicismo ora energicamente capeggiato da Roma, la sede ideale e lo scopo primo dell’attività pratica dell’Impero, i segni meravigliosi di un grande passato che era sentito come patrimonio di tutti, un lungo molo protendentesi verso l’Asia e l’Africa, porti d’imbarco e navi ed esperienze nautiche e capitali che altrove mancavano. Nel tempo stesso, e più ancora in un momento successivo, i progressi delle nostre industrie, la necessità di importare certe materie prime (lana) e di esportar manufatti, le condizioni dell’Europa feudale ove re, baroni, chiese e monasteri e minuto popolo erano tutti assillati da bisogno urgente di medio circolante, mentre da noi si era già avuta una certa accumulazione di capitali e sviluppo di capacità finanziarie; tutto questo orientò i nostri anche verso la Spagna e Francia, verso i Paesi Bassi e Inghilterra e Germania.
Verso il Levante
Si videro così, dalla fine del X e dell’XI secolo in poi, i vecchi porti della penisola ripopolarsi ed altri aprirsi alla navigazione; le Alpi quasi abbassarsi e moltiplicare i loro valichi, segnali da grandi monasteri-ospizi; gli Italiani fare energicamente atto di presenza nel Tirreno e nell’Adriatico, nei mari di Provenza e di Spagna, d’Africa e di Levante, ormai liberi e difesi dalla pirateria saracena e slava. Nel Mediterraneo ed in Oriente questa attività di mercanti armati e di migratori accorti precede le grandi Crociate, per merito specialmente di Venezia e di Amalfi e di Bari che operarono a Bisanzio; di Genova e di Pisa che affrontarono sia nel X e per tutto l’XI secolo gli Arabi in Calabria e Sardegna, in Sicilia ed Africa e Spagna, e cominciarono a formare qua e là i primi nuclei coloniali. Si sviluppò ed afforzò durante le Crociate, nel XII sec., alle quali i nostri parteciparono come armatori e commercianti, per il rifornimento dei Crociati, e come combattenti, accanto ad altri o con proprie spedizioni. Decisiva specialmente la prima Crociata, che fu, in certo senso, prosecuzione europea e sopra un più vasto teatro, di imprese tirreniche e africane compiute da città nostre, da Pisa avanti tutte. Mentre il mondo arabo è in frantumi e l’Impero bizantino entrato in una fase di decadenza che non comporta neppure effimeri risvegli, gli Italiani, avanguardia d’Europa, prendevano alla lor volta l’offensiva. Per essi, non tanto Gerusalemme quanto Costantinopoli è la meta. Sono di fronte due mondi: vecchi e giovani, patroni e pupilli ormai usciti di tutela. Cultura ancora luccicante, ma immobilizzata, fredda, isterilita, superficiale, da una parte. Dall’altra, cuori caldi, creature con un’ancora torbida ma potenzialmente ricca vita interiore che preme dal di dentro per tradursi in opere organiche, in pensieri chiari, Veneziani, Genovesi, Pisani, avevano, dopo la Crociata, quasi la padronanza delle vie marittime, possedevano il denaro, erano in grado di decidere la sorte delle piccole signorie feudali sorte con la Crociata stessa, influivano su la politica dell’Impero greco che essi volevano ognuno guadagnare a sé. Un po’ si imponevano, un po’ erano ricercati e sollecitati. Privilegi commerciali e concessioni varie si seguirono sempre più numerosi ed ampii a Costantinopoli, ad Antiochia, a Beirut, a Tripoli di Siria, a Laodicea, a S. Giovanni d’Acri, a Giaffa, a Gerusalemme, a Cipro, a Damasco, a Cesarea, ad Aleppo, ad Alessandria, a Damietta, a Sfax, a Tunisi, ecc. Nel tempo stesso, nuclei veneziani e pugliesi si costituivano su la opposta sponda adriatica. Dopo l’ondata greca che 1500 o 2000 anni prima aveva coperto le coste pugliesi e calabresi e siciliane e campane e condotto poi Atene e Sparta a combattere in Italia le loro guerre di supremazia e spirito Pirro e a sbarcarvi con i suoi elefanti, ecco una nuova ondata in senso opposto, verso l’antico Epiro e la Grecia e l’Oriente.
In un primo momento, i Veneziani ebbero laggiù il primato, fra le città italiane. Erano più vicini, non avevano subito devastazioni saracene o impaccio di signorie feudali, né erano impegnati nelle isole tirreniche, come Genova e Pisa. Appollaiati nei loro quasi nidi da uccelli acquatici, essi erano più arditi e avventurosi, veri «figli del mare», come dice uno storico bizantino. Li avvantaggiava poi l’antico legame con Bisanzio, la maggior conoscenza dell’ambiente, l’essere stati moralmente parte di quello stesso mondo orientale che aveva in Costantinopoli il suo cuore. Quel loro primato ricevè conferma e quasi suggello europeo alla quarta Crociata, che fu quasi impresa loro, dopo che il grande arengo in S. Marco la ebbe accettata e proclamata, davanti agli ambasciatori francesi e fiamminghi venuti a chiedere aiuto (anno 1201). L’Oriente, ormai tutto seminato di stanziamenti veneziani, è quasi il centro di gravità della Repubblica. Costantinopoli, dove sino a pochi anni innanzi erano, accanto a 3000 Pisani, ed a qualche migliaio di Genovesi, circa 10.000 Veneziani, è una città mezzo veneta, con un grande quartiere e un arsenale e un castello e un podestà cui sottostanno tutti i Veneziani di Levante. Veneziano è anche il Patriarca. Il Doge stesso sembra che debba mettervi sede: cioè il vecchio Enrico Dandolo che vi ha, nella piazza dei Veneziani, un suo grande palazzo. Per poco, anzi, dopo la caduta della città, non è proclamato Imperatore, esso che già era funzionario dell’Impero nelle sue lagune.
Dura, siffatta situazione, fin dopo la metà del ‘200, La restaurazione della dinastia greca nel 1261, voluta e preparata da Genova, segna il trionfo della Superba e del suo Doge popolare Guglielmo Boccanegra, che aveva inaugurato a Genova un ordine costituzionale non molto diverso da quello di Venezia. Il quartiere veneziano di Costantinopoli passò ai Genovesi; e con esso, altri quartieri e logge e fondaci e chiese a Smirne, a Salonicco, a Ghio, a Creta, a Negroponte. Genovesi furono Galata e Pera, alle porte della capitale. Da allora si delineò sempre più una divisione delle due zone di influenza genovese e veneziana. Genova più forte nella Siria, nella parte meridionale e costiera della piccola Armenia (Adana), a Costantinopoli, nel Mar Nero. Venezia, invece, si consolidò nell’Egeo. Furono sue le grandi isole, specie Creta, la «Venezia piccola», come fu chiamata, e l’Eubea, base della potenza veneziana in Oriente. Pisa, invece, che pure fu sufficientemente piazzata a Costantinopoli, a Cipro, ad Accone e in certi momenti e luoghi godé di una posizione preponderante, ebbe invece nell’Africa del nord il suo più proprio campo d’azione, specialmente ad ovest della Siria, a Tunisi, a Bona, a Tripoli, a Mehedia, a Sfax, a Bugea, ad Orano, a Ceuta. Tunisi ebbe, accanto ai soliti Consoli, anche Capitani del porto, pisani, che qualche moderno scrittore interpreta come capi di una corporazione mercantile. Il possesso della Sardegna assicurava a Pisa un buon punto d’appoggio per la navigazione africana.
Entro questi limiti geografici si espanse il multiforme lavoro e si affermò e qualche volta si sfrenò lo spirito di intrapresa delle nostre cittadinanze marinare e, per il loro tramite, anche di quelle dell’interno, di Lucchesi e Fiorentini, di Veronesi e Bolognesi, prima sotto nome di Veneziani e Pisani, su le navi, con i privilegi, nei quartieri di Pisa o Venezia, poi taluni di essi con autonomia sempre maggiore di fronte ai loro prestanome e patroni. Agivano i Comuni, quali unità politica. Agivano associazioni, come quelle Maone genovesi che si formavano per determinate imprese (per Ceuta, alla fine del ‘200, per Scio nel 1347, per Cipro nel 1374, ecc.), addossandosi di fronte al Comune l’organizzazione e l’esecuzione delle imprese stesse, fornendo navi ed equipaggi, anticipando denari. Agivano, infine, o per lo meno emergevano nell’azione e nel breve cenno che ne fanno le cronache, individui singoli, con iniziative solo in parte legate a quelle della città loro, mercanti, pirati, conquistatori insieme. E non si trattò solo di navigazione fra l’Italia e l’Oriente; non solo di stazioni commerciali, da servir come punto d’appoggio delle navi e luoghi di deposito e contrattazione delle derrate e merci importate o da esportare. Ma in quasi tutte le città e regioni levantine e nord-africane sopra ricordate, furono gruppi stabili, e in stabile sede, di gente venuta dall’Italia o nata lì da Italiani, accanto alla più numerosa popolazione indigena. A volte, quasi due città vicine: come ad Altoluogo, presso l’antica Efeso, allo sbocco della strada Bagdad-Costantinopoli, sull’Egeo. Lì, dopo il ‘300, è, in alto, la città turca; in basso, lungo la marina, la città italiana. Commerciavano e navigavano. Molti esercitavano il cabottaggio fra Siria ed Egitto, tra Siria ed Armenia. Cifre precise non ne abbiamo. Ma si tratta, per parecchie città, di molte migliaia di Italiani: così a Costantinopoli, così ad Alessandria. E di solito, le stesse passioni, le stesse gare e discordie e feroci odi, agitavano e spesso devastavano le colonie, come le città italiane.
Il pensiero ricorre alle colonie greche che circa due millenni prima erano fiorite in quelle stesse coste del Mar Nero e dell’Anatolia; sebbene le nostre siano state forse organismi meno solidi, meno profondamente radicati in quel terreno, più disposti a risentir con grande immediatezza tutte le vicende e le crisi delle città madri. I coloni vi ottengono maggiore o minore libertà di commercio, uso della propria legge, dipendenza da propri capi, esenzione da tributi locali, case, strade, piazze, mulini, bagni, scali nel porto; a volte, anche una discreta zona di terre attorno, coltivate da indigeni per conto del proprietario o possessore italiano, come nella Siria, dove questo complesso di privilegi fu maggiore che altrove, quasi in rapporto col più intenso traffico convogliato lì dalle strade di Damasco, di Aleppo, di Bagdad. Ognuna di queste colonie vive a sé, col suo balio, se veneziana; console, o viceconsole, o podestà, se genovese o pisana. Ma non mancano sforzi, specie da parte di Genova e Venezia, di dar loro certa organizzazione unitaria o, meglio, sottometterle, tutte, nelle varie zone, al superiore controllo di un funzionario inviato dalla madre patria. Così da Costantinopoli si sorvegliano tutte le colonie del Mar Nero e dell’Asia Minore; ed a Caffa mette capo l’amministrazione delle colonie genovesi del Mar Nero. Estesi i poteri di questi alti funzionari, nell’ordine giudiziario, militare, politico, verso i coloni ed i principi del luogo. Quello veneziano a Costantinopoli ci appare quasi un piccolo imperatore, accanto all’altro più legittimo ma più screditato. Altra cosa, naturalmente, dove si siano formate piccole signorie per opera di cittadini potenti, riusciti a conquistar con propri mezzi questa o quella isola o città e ad ottenerne il riconoscimento dalla madrepatria. Così i Sanudo, signori a Nasso; i Dandolo, ad Andro presso l’Eubeo; i Querini, a Stampalia; i Contarini ad Ascalona. E poi, molti Genovesi: i Gattilusio ad Eno, Imbro, Lesbo, Taso, ecc.; i Cattaneo a Metelino; i Senarega a Castel d’Elci su le foci del Dniester; Enrico Pescatore, per pochi anni, a Creta e Malta; i Zaccaria da Castello, a Focea e Scio. Uno di essi, anzi, Martino, ebbe nella prima metà del ‘300 titolo di «Re e despota dell’Asia Minore» da un pretendente al trono di Bisanzio. Signorie effimere, talune; durature, altre. E rappresentano come una nuova baronia, fatta di antichi armatori e mercanti, non sempre più docile e sottomessa della vecchia all’autorità della Repubblica da cui riconoscono il feudo ed a cui pagano o dovrebbero pagare un censo annuo. Nell’incapacità iniziale di esercitar diretto dominio su tante terre, da parte dei piccoli Stati di città, questo assetto è come una fase intermedia, simile a quella delle grandi Compagnie che nel secolo XVII e XVIII preparano gli imperi coloniali di Francia e Inghilterra: una fase, tuttavia, che per le città non ebbe sviluppo.
Di solito, sono attaccati alle coste o al vicinissimo retroterra, i coloni. Le merci giungono lì dall’interno, senza bisogno di andarle a cercare. Ma le colonie sono anche punto di partenza per paesi più lontani. Una volta sviluppato lo spirito di intraprendenza ed avuto sentore di vere o fantastiche ricchezze oltre i monti ed oltre la fascia desertica, gli uomini osano. Nel ‘200, a Conia, nel centro dell’Anatolia, il commercio di talune derrate è monopolio di Veneziani e Genovesi. I quali, con Pisani e Piacentini, tentano anche le vie della piccola Armenia, dai porti della Cilicia, e fanno il commercio carovaniero per l’Asia Minore e per la Persia. Ed a Sis, nell’Armenia, capitale della dinastia Rupenide, si stanzia una numerosa colonia genovese, fornita di privilegi, di fondaci, di quartieri in quasi tutte le città del Regno. Dalle lor basi del Mar Nero, poi, si sa quanto i Genovesi penetrassero dentro, per vender merci e incettar cereali, nelle regioni del Caspio e del Don, della Valacchia e dell’Impero bulgaro, dove si incontravano con Veneziani e Fiorentini venuti dalla costa adriatica. Qualche Italiano si spinge fino al cuore della Moscovia. A non contare i molti che vanno in Polonia e Ungheria, in concorrenza con i più numerosi mercanti tedeschi: piccola partecipazione italiana a quel vasto movimento che, partendo dalla Germania, quasi a ritroso delle immigrazioni ariane, diede vita dopo l’XI secolo alle nuove città, avviò il commercio, iniziò l’industria e lo sfruttamento minerario tra Slavi e Magiari e Romeni, e tornò lì i primi nuclei di borghesia.
Ma la più grande peregrinazione nell’interno di uno sconfinato continente è della seconda metà del ‘200, momento culminante del commercio e della colonizzazione degli Italiani. Dopo Giovanni da Pian dei Carpini, Giovanni da Monte Corvino, Oderico da Pordenone, ecco i Polo, Marco Polo sopra tutti, «totius orbis et Indiae peregrinator primus». Gli avevano preparato la via il padre Niccolò e lo zio Matteo, spintisi oltre il Tigri e bene accolti dal Gran Kan, a Bucara. In un secondo viaggio, Marco giovinetto li seguì e a lungo dimorò nella corte mongolica di Cublai Kan, dove «apparò gli costumi tarteri e loro lingua e loro lettere, e diventò uomo savio e di grande valore oltre misura», impiegato da quei Re in uffici e ambascerie, per 27 anni, fino alle più remote parti dell’Asia, fino ai due oceani che la bagnano ad est e sud. Tornò Marco in Europa nel 1295. Caduto in mano dei Genovesi, la prigionia gli agevolò il compito, che forse si era già proposto, di raccontare le mirabili cose viste e vissute. «Credo fosse piacere di Dio nostra tornata, acciocchè si potessero sapere le cose che sono per lo mondo; che… e’ non fu mai uomo né cristiano, né berbero, né pagano che mai cercasse tanto nel mondo, quanto fece messer Marco, figliuolo di messer Niccolò Polo, nobile e grande cittadino della città di Vinegia». Così chiude il suo Milione. In questi stessi anni, dei Genovesi, i fratelli Vivaldi, si avventurarono sopra un grande oceano, non meno misterioso e sconosciuto del grande continente di Marco Polo, riconoscevano le coste occidentali dell’Atlantico, precedevano l’altro genovese Niccolò di Recco, il veneziano Alvise Cadamosto, il fiorentino Angelo del Tegghiaio, che poi visiteranno quelle medesime coste e scopriranno pei Portoghesi le Canarie… Erano i primi approcci per una grande avanzata dell’Europa, oltre i vecchi limiti, ad Oriente ed Occidente. Gli Italiani sono alla testa. Rappresentano allora, veramente, l’iniziativa. Per essi, il mondo fisico si ingrandisce; come si ingrandisce, per precipuo merito loro, il mondo dello spirito.
Verso l’Occidente
Il quadro ha, qui, linee e colori un po’ diversi. Non più paesi politicamente in sfacelo; ma, viceversa, in via di costituirsi. Non una politica di città, armate di flotte e, al bisogno, di piccoli eserciti; ma di cittadini singoli e a piccoli gruppi, in genere per brevi dimore in terra straniera. Sebbene, quando gli interessi dei singoli erano molto vasti, anche la politica della loro città se ne risentiva: ed ecco, la tradizionale francofilia della Repubblica fiorentina.
Nell’Europa occidentale, la Spagna è forse uno dei primi paesi battuti dai nostri, come esportatori di capitali oltre e prima che di pannilana e di seterie. Anche nel Portogallo essi appaiono, dove più tardi saranno assai numerosi e si alleneranno ai traffici e agli ardimenti oceanici e prepareranno Colombo. Misure restrittive alla libertà di trafficare e dimorare laggiù, provocate fra il XIII e XIV secolo da concorrenti indigeni e da malanimo popolare contro i molti Genovesi e, più, Toscani, che dimoravano a Barcellona e in Aragona, li indussero a volgersi verso la Francia, dove già i nostri frequentavano le fiere di Champagne e dove trovarono un campo vastissimo di operosità finanziaria. La Francia nel ‘390 è come la seconda patria di molti Italiani del nord e centro. Ricordiamo il lamento dell’Alighieri che si lasciasse, per Francia, deserta la casa. Ai padri di figliuoli scapati o mal destri negli affari si dava consiglio, a Firenze, di mandarli in Francia. E tornati di lì, «sempre hanno l’animo pure in Francia». Non meno, e forse più, l’Inghilterra diventa mèta di Italiani. Commerci milanesi con l’isola sono avviati già alla fine del XII secolo. Intanto, si coltivano Fiandre e Germania. E da per tutto, agenzie e filiali di banche italiane, importazione ed esportazione di lane e drappi, giro di capitali: a Lione, a Marsiglia, a Parigi, a Troyes, a Norimberga, a Londra, a Bruges. Qui non popolose colonie, che a volte erano quasi piccole città, come in Oriente: ma pur tuttavia, discreti raggruppamenti, in strade tutte occupate da Lombardi, come genericamente si chiamavano. Erano associati secondo le città d’origine e le città e regioni di dimora; e le singole associazioni si federavano, talvolta, nell’ambito di tutto il Regno, con un capo generale che trattava col Re quasi da potenza a potenza. Così in Francia esiste una «Università dei mercanti lombardi e toscani», rappresentata da Fulcone di Caccia, piacentino, che nel 1277, in seguito ad intese col Re, trasferisce a Nimes la propria sede legale, dove pure risiedevano le associazioni particolari di mercanti astigiani, albensi, bolognesi, romani, pistolesi, fiorentini, milanesi, veneziani, piacentini, genovesi, ecc.
Sono, per gli indigeni, una specie di Ebrei battezzati, spesso in concorrenza con gli autentici Ebrei e pronti a soppiantarli, avversati insieme da Ebrei e da Cristiani, come usurai ed accaparratori della ricchezza paesana per l’estero. Pur tuttavia, scaltriti dalla pratica di una economia assai progredita, fattisi un abito di simulazione e dissimulazione, forti di una intelligenza alacre e pronta, di un innato senso giuridico, di uno spirito cosmopolita che forse è antico retaggio, accresciuto dai contatti col papato, essi riescono a farsi strada in paesi economicamente arretrati ed ancora fuori affatto dalla circolazione economica europea, come è, al massimo grado, l’Inghilterra, dove abbondano materie prime ricercatissime da noi, ma che nessuna industria locale utilizza; dove scarseggia il denaro, specie dopo la espulsione degli Ebrei, e famelica ne è la ricerca da parte della Corte e dell’aristocrazia. Difatti gli Italiani aprono crediti larghissimi alla Corona, impegnata nelle guerre di Francia. Ed ottengono in cambio appalti per la riscossione delle imposte, uffici e cariche lucrose. Così i Ricciardi di Lucca, che furono dei primi a toccar l’Inghilterra ed anche dei primi poi a fallire; e i Frescobaldi e i Bardi di Firenze. Fra i quali, quel Gualtiero de’ Bardi, controllore della zecca regia a Londra, probabile autore di un Tractatus novae monetae; primo saggio di quella letteratura monetaria che sarà dal ‘500 all’800 quasi una specialità italiana. Così, anche, i famosi e famigerati Musciatto e Biccio e Nicoluccio Franzesi, toscani pur essi, che in Francia ebbero da Filippo il Bello onori e cariche, furono complici di regie frodi e soperchierie, arricchirono assai. «Venuto su prima da contadino fiorentino a mercatante, poi in Francia da mercatante a cavaliere» dice, di Musciatto, Dino Compagni. Ed è la carriera di molti, che sono, così, documento vivo della enorme importanza che ebbe il commercio nel foggiare gente nuova e creare una nuova aristocrazia.
Sono legione le case bancarie italiane che lavorarono oltre Alpe. La storia finanziaria dal ‘200 al ‘400 conosce gli Scarampi, i Soleri, i Malabaila ad Asti, la piccola città che per taluni secoli ebbe importanza di grande città, per la sua vigoria militare, per l’ardire dei suoi mercanti che furono quasi pionieri fuori d’Italia, per il posto centrale che occupò nei piani ambiziosi dei Visconti milanesi, di Francia, di Savoia, di Monferrato; conosce i Borromeo, i Crivelli, i Pozzobonelli, i Taverna, ecc., a Milano, il gran centro d’origine romana, conservatosi in auge nell’età barbarica, giunta ad indiscusso primato al tempo delle lotte contro la feudalità ed i Tedeschi, centro della ricca pianura tra le Alpi e il Po, allo sbocco dei valichi alpini. E poi Guinigi e Ricciardi, a Lucca; Salimbene, Tolomei, Bonsignori a Siena; Bardi, Ardinghelli, Acciaiuoli, Peruzzi, Albizzi, Spini, Cavalcanti, Medici, Sassetti, Frescobaldi a Firenze. Ecco le piccole — e talvolta grandi — potenze finanziarie del tempo, garantite quasi sempre da larghi possessi immobiliari e strettamente collegate a talune grandi industrie che lavoravano per l’esportazione o dall’estero traevano materie prime e merci grossolane da rifinire: industrie della lana, dei panni greggi importati da fuori e raffinati, della seta. Attraverso la finanza, essi erano anche potenze politiche, entro il cerchio cittadino e fuori di esso o fuori della penisola. Ne rafforzava la posizione l’intimo rapporto in cui molti erano con la Santa Sede, la quale a banche italiane affidava il deposito fiduciario e la trasmissione a Roma delle somme riscosse dai collettori di decime e rendite ecclesiastiche in tutte le parti del mondo cattolico. E si sa che, dopo la Riforma gregoriana, coincidente con i progressi della nuova economia del denaro, quelle rendite cominciarono a fluire sempre più abbondanti verso il centro del cattolicismo, Roma, e verso l’Italia tutta: poiché furono senza fine i predati italiani che ebbero, nel ‘200 e ‘300, uffici e prebende in Germania, Francia, Inghilterra. Roma così si avvantaggiava dell’organizzazione capitalistica italiana, nel tempo stesso che la promoveva. Il Papato agevolava ai banchieri la penetrazione nel mondo, ed essa al Papato. E’ l’incontrarsi, collaborare, spalleggiarsi di due forze, ambedue tendenti ad affermarsi internazionalmente e perciò, nonostante certa intrinseca opposizione morale e dottrinaria, solidali. Le grasse città di mercanti e banchieri tendono, perciò, quasi tutte al guelfismo ed a parte papale; o a parte papale ritornano, se per un momento ne hanno deviato, Quelli che in Italia, prima degli altri, instaurarono questi rapporti con la S. Sede, furono i Senesi, grandi banchieri al cospetto di Dio, con i loro Bonsignori, «la società più rinomata di Toscana e Lombardia, anzi del mondo, quella che ha riscosso sempre la maggiore fiducia, per dichiarazione di papi, cardinali, patriarchi, arcivescovi, vescovi, re, baroni, mercanti, ecc., sempre utile alla sua città presso la S. Sede e di là delle Alpi », come dichiarano essi in una petizione al Consiglio generale senese, dell’aprile 1298. Ora sono mezzo rovinati: «poiché nessuna gloria è eterna, così Satana ha messo discordia fra i soci», aggiunge la petizione. In realtà c’era stato Benevento, c’era stato il trionfo di Carlo d’Anglo e della Curia. Ed i Fiorentini che avevano agevolato questo trionfo per veder aperto al loro commercio il Regno di Sicilia e per desiderio di più stretti legami con la S. Sede, ne avevano anche raccolto il frutto. La loro concorrenza aveva rovinato i rivali. Si inaugurò allora quel primato bancario, che fu anche commerciale e industriale, oltre che letterario e artistico, di Firenze, che durò due secoli, resistendo fortemente anche a fieri colpi di fortuna ed al generale decadimento della economia italiana.
Fecondità e creazione
Dunque: alcuni secoli di fecondità e di creazione. Poiché è creazione così la Divina Commedia come la rete di colonie, di banche, di basi commerciali, tessuta su tanta parte del mondo d’allora. Scaturisce tutto da una stessa energia spirituale, da una stessa capacità di dominare e avvivare la materia inerte. Dentro le città, rapido rinnovarsi, classi che salgono e classi che rovinano, associazione di forze ed affiorare di valori individuali, quotidiana morte che alimenta quotidiana vita. Fuori della città, allargare ogni giorno il raggio di azione, aprire ogni porta, ora cozzandovi con la prua ferrata delle navi, come i Pisani contro le catene del porto di Palermo, nel 1066, ora insinuandosi con i mezzi di una più progredita economia e di una più larga esperienza di mondo, del quale gli Italiani sono, fra il ‘200 e il ‘300, «il quinto elemento». Sono due storie coeve, che poi ne formano una sola e l’una condiziona l’altra. Chè se la più larga attività mondiale sarebbe stata impensabile, senza una solida ossatura economica e politica formatasi nei piccoli ambienti locali, anche questa, alla sua volta, aveva bisogno della somma di risorse, dell’ardore e dello slancio che il contatto col di fuori procurava ai cittadini accampati sotto l’insegna di S. Giorgio genovese o di Marco evangelista, della Vergine pisana o di S. Ambrogio milanese. I nuclei di quella ben quadrata aristocrazia-borghesia che portava su le proprie spalle il Comune e lo affrancò dai Vescovi e dai Conti, dalla monarchia universale dell’Impero e da quella del Papato e improprio di sé la vita delle campagne, aguzzarono gli occhi anche verso lontane mete, oltre i mari ed oltre i monti. Si formò come una nuova cavalleria, assai più errante ed avventurosa dell’altra che aveva in Francia la sua patria più vera e nella società feudale la sua matrice; meglio armata per superar ostacoli e conquistar fedeli ed infedeli insieme; capace di costruir più fitta e resistente e duratura trama di rapporti; fatta di uomini nuovi e pure antichi, audaci e pur sottili ed avveduti, quali solo un paese di millenaria esperienza ma di rinnovata giovinezza e spontaneità e originalità poteva dare. Anche questa nuova cavalleria vestì corazza e corse armata i mari e mirò a domini territoriali ed ebbe poeti in provenzale ed in volgare italiano. Ma incettò pure e rivendé spezie, e cereali, e seterie; aprì banco di cambio, esportò panni raffinati e prestò denaro ad usura; popolò di sé le città levantine e seminò di nuclei cospicui le città di Champagne e d’Inghilterra e di Francia; lasciò tracce notevoli e germi fecondi nella vita economica e intellettuale dei vari paesi, dai quali pure trasse beni materiali ed arricchimento spirituale, glorie municipali e consapevolezza di un proprio essere nazionale. Attività mirabile a chi pensi che essa, con i suoi vasti e non effimeri risultati, fu opera, innanzi tutto, di poche grandi e mezzane e piccole città marinare e poi di un certo numero di centri urbani dell’interno, che ebbero interessi cosmopoliti, Firenze, Lucca, Siena, Piacenza, Asti, Milano, ecc.: sia pure che essi incanalassero e dirigessero fuori della penisola anche gli altri mille piccoli rigagnoli, rampollanti un po’ da per tutto in questa terra che parve, per tre o quattro secoli, tutta una sorgente inesausta, tutto un vivaio di uomini atti al comando e capaci di inquadrare, con la Chiesa romana, con i mezzi della nuova economia, con la cultura del Rinascimento, tanti elementi della nuova Europa.
Gioacchino Volpe
Gerarchia, anno I, n I
25 gennaio 1922