I
Io pensavo che, spezzata la tracotanza non soltanto verbale del bolscevismo italiano, il Fascismo dovesse diventare la vigilante coscienza della nostra politica estera. Pensavo che il Fascismo dovesse preparare una generazione di uomini nuovi, sprovincializzata e scampanilizzata, che «sentisse» il problema italiano, come problema di conoscenza, di espansione, di prestigio italiano nell’Europa e nel Mondo: e a questo obiettivo adeguasse lo spirito ed i mezzi.
L’Italia è politicamente — nel suo interno — oramai completa: la sua unità è raggiunta. Ha dei confini al nord e all’oriente. Ha una massa demografica imponente all’interno e fuori. Ha una grande storia. Il suo intervento decisivo in guerra le ha concesso di partecipare alla politica mondiale. L’Italia chiamata a trattare problemi lontani come quello dell’Alta Slesia, o addirittura remoti, come quelli del Pacifico, non può essere più l’Italia del piede di casa, inteso nel senso morale della parola. Se l’Italia vuole giocare questa sua parte direttrice nel mondo; se l’Italia ha l’orgoglio di ciò e deve averlo, deve anche prepararsi: preparare cioè una minoranza di tecnici, di studiosi che portino amore e competenza nell’esame delle singole questioni e nello stesso tempo suscitare fra masse sempre più vaste di italiani l’interesse per i problemi di politica estera. Solo a questo patto l’Italia può diventare una grande nazione, e può, presentandosi, valorizzandosi all’estero come entità fusa e compatta, meglio salvaguardare la sua unità politica all’interno. Per questi motivi che non vale la pena di prolissamente sviluppare tanto sono ovvi, io andai a Cannes e mi sono recentemente recato in Germania: si trattava e si tratta di sradicare il Fascismo dalle sue posizioni e dalle sue acerbe passioni provinciali e comunali per farne l’elemento direttivo della nostra politica estera. Fatica ingrata e aspra, ma necessaria. O il Fascismo sarà questo, o, cessata la lotta contro il bolscevismo, per mancanza di nemici, il Fascismo non avrà più scopo e lo attenderà il miserevole destino del Rinnovamento e di altri analoghi movimenti politici, o quasi, del dopo guerra.
II
Non v’ha dubbio che in questo momento l’asse della storia europea passa per Berlino. Il dramma di Cannes non è ancora giunto all’epilogo e Berlino, febbricitante, attende Genova. La parte dell’Italia in questa formidabile partita, può essere decisiva. Si tratta di fare due, contro uno. O fare due coll’Inghilterra o due colla Francia. Prima di gettare il peso dell’Italia sull’uno o sull’altro piatto della bilancia, bisogna approfondire il problema germanico, vedere quale volto stia sotto le maschere. L’indagine non è semplice. Se conoscere gli individui è difficile, più difficile ancora è conoscere i popoli, cioè vasti aggregati di umanità, pesanti, lenti, crepuscolari, che hanno esaltazioni improvvise e precipitazioni non meno improvvise. Né si può affermare di raggiungere la conoscenza profonda dei popoli, attraverso l’indagine compiuta fra quelle minoranze che si chiamano partiti. Spesse volte i partiti sono lontanissimi dalla realtà storica e dall’anima delle masse che presumono di rappresentare. Esempio classico il crollo della social-democrazia tedesca nell’agosto del 1914. L’indagine non può, quindi, essere che approssimativa e condurre a risultati approssimativi. Bisogna accontentarsene. Del resto anche la verità scientifica, non è mai definitiva o assoluta: è sempre approssimativa.
Ciò premesso, lo studioso che si reca in Germania è tratto a domandarsi: la repubblica è una maschera? il pacifismo è una maschera? La miseria è una maschera? In altri termini, la Germania d’oggi è sinceramente repubblicana, è lealmente pacifica, è seriamente povera, e quindi incapace di fronteggiare le scadenze delle riparazioni? Qual’è, sotto le maschere, il vero, unico, immortale volto della Germania? Le nostre risposte non hanno valore di vangelo. A tre anni di distanza si può, vedendo, leggendo, ascoltando, affermare che la repubblica germanica è una maschera, che nasconde il volto della Germania fatalmente e storicamente monarchica.
La repubblica in Germania, è nata in un modo singolare: non ci fu un assalto di masse repubblicane alla Monarchia – di masse diventate repubblicane attraverso le stragi e la miseria della guerra – repubblicane di aspirazione, se non di convinzione, ma ci fu una diserzione della dinastia. Fuggito il Kaiser; non si poteva non proclamare la repubblica. Scheidemann fu il personaggio storico di quell’ora. Ma fin dagli inizi, la neo-repubblica tracciò duramente i suoi confini soltanto a sinistra; non a destra; fu violenta a sinistra, non a destra; fu severa, sino alla strage collettiva ed individuale, contro gli elementi di sinistra, ma lasciò assolutamente indisturbati tutti i personaggi e le caste del vecchio regime. Tutta la storia della repubblica tedesca, è racchiusa nella lotta contro i tentativi di sinistra. Interessante è notare che i più feroci in questa lotta, sono stati i bassi funzionari del nuovo regime, la polizia subordinata della repubblica, gli agenti d’infimo ordine. Già a Weimar, si volle bandita la parola repubblica dalle carte della nuova costituzione: e si confermò reich. Così fu conservata tutta l’armatura interiore ed esteriore del vecchio regime. La magistratura, la polizia, la scuola – dall’Università alle elementari – la burocrazia in tutte le sue categorie – la diplomazia, l’industria, il commercio, l’agricoltura – tutti gli ufficiali e moltissimi soldati del vecchio esercito, non amano, non sentono, detestano la repubblica. Aggiungasi una duplice delusione: gran parte della popolazione tedesca, si acconciò alla repubblica, perché sperava – conformemente ai discorsi degli uomini dell’Intesa e di Wilson – di avere una buona pace, inspirata ai famigerati quattordici punti. Il gioco è stato in pura perdita. Non si sarebbe potuto umanamente imporre al Kaiser una pace più draconiana di quella sottoscritta a Versailles, in nome del governo tedesco dal social-democratico Muller. Pace dura, dunque, malgrado la repubblica. In altre masse della popolazione tedesca – in quelle prevalentemente industriali – fra i sei milioni, ad esempio, di organizzati dei sindacati rossi, la repubblica ha deluso enormemente le aspettative anche le più modeste, in quanto che, non c’è stata nessuna reale attenuazione del potere e prepotere dei ceti capitalistici.
Il capitalismo in Germania è – economicamente e politicamente – nelle stesse posizioni di prima della guerra, forse migliorate. Ebert è un pover’uomo a paragone di Stinnes. I social-democratici e simili pretendevano ad esempio, una parziale confisca del capitale. Stinnes ha vinto, sostituendo alla confisca, un prestito forzoso di un milione di marchi oro, e ponendo condizioni categoriche, come il ritorno delle ferrovie e delle poste all’industria privata.
Ho domandato a parecchi uomini di tutti i partiti: ci sono, nel momento attuale, in Germania, centomila uomini pronti a morire per la repubblica? Unanime risposta negativa. La stessa unanimità nell’affermare, invece, che ci sono, in Germania, mezzo milione di uomini pronti a morire per la monarchia. Mi diceva Teodoro Wolff, uno dei pochi giornalisti veramente democratici di Berlino – egli è stato, fra l’altro tredici anni a Parigi – che a poco a poco, dopo la repubblica, verranno i repubblicani. « Nous étions douze républicains à Paris, en 1789 », diceva Desmoulins, e dopo appena tre anni l’ultimo rappresentante di una gloriosa e secolare dinastia lasciava la testa sulla ghigliottina. Io comincio col mettere in dubbio che ci siano dodici repubblicani a Berlino; ad ogni modo è certo che non si fa nulla per dare i repubblicani alla repubblica. Questa appare come una parola priva di contenuto. Il crollo dell’impero ha creato un vuoto nell’anima tedesca. La repubblica non l’ha riempito. Berlino è una città imperiale. Il suo décor è troppo fastoso, per una repubblica di piccoli borghesi presieduta da un sellato. Berlino anela segretamente a ritornare lo scintillante palcoscenico di un impero. C’è una tragedia delle cose, che si adegua alla tragedia degli spiriti. Malgrado la repubblica e, forse, in conseguenza della repubblica, tutto il mondo germanico volge a destra con moto uniforme e progressivo. A sinistra non c’è più nessuno. Gli estremisti si sfaldano all’influito; il grosso della social-democrazia è parte integrante della coalizione borghese. Ogni elezione, indica i progressi di questo orientamento a destra. La Baviera è già di fatto monarchica. Berlino stessa, la città più rossa dell’Impero, ha dato la maggioranza – nelle elezioni comunali – ai partiti borghesi. Nei piccoli centri delle campagne, la repubblica non è mai arrivata. La repubblica, come ideale, come passione, come avvenire, non ha mai scaldato l’animo torbido e inquieto del Michele tedesco. Perché non si celebrano le esequie formali di una istituzione già morta negli spiriti? Per ragioni di politica estera. Per un residuo di calcolato pudore dimanzi agli occhi del mondo.
III
Maschera è la repubblica; maschera il pacifismo. Bisogna avere il coraggio di dire che la Germania non è repubblicana e non è pacifica. Il suo pacifismo è forzato. Non ha più un esercito: i centomila uomini che il Trattato di Versailles le ha concesso, non dispongono, fra l’altro, di artiglierie, se non in proporzione ridicola. La flotta di guerra è stata inabissata nei gorghi del mare: milioni di fucili, migliaia di cannoni e di mitragliatrici sono stati metodicamente consegnati e rastrellati. La Germania è pacifica, perché «non può» fare la guerra. Ma quello che importa indagare e conoscere, non è già, se nascoste nei sotterranei delle officine o nelle grotte delle foreste ci siano ancora delle mitragliatrici, importa indagare e conoscere qual’è lo stato d’animo delle nuove generazioni tedesche. C’è una massa del popolo tedesco che è pacifica; non è il pacifismo idealistico che giungerebbe sino all’eroismo o al martirio; no: è un pacifismo di riposo, di convenienza. Gran parte delle famiglie dei morti, dei mutilati, dei feriti, sono ostili – al pensiero di nuove guerre. Ma non v’ha dubbio che la gioventù è tormentata dai desideri della rivincita e non soltanto la gioventù degli Universitari o degli ufficiali. In fondo è umano. Secondo l’opinione media tedesca la Germania non ha perduto militarmente la guerra. L’armistizio fu segnato in terra nemica. Senza il blocco, la Germania aveva ancora energie sufficienti per tenere il fronte. Non c’è stata una disordinata rotta di eserciti tedeschi. Non colle armi, ma colla fame, è stata atterrata la Germania. Poi è venuto il Trattato di Versailles. La totalità dell’opinione tedesca lo considera come un patto d’infamia e di vergogna; come un patto di schiavitù e di miseria. E ineseguibile per giunta, anche ammesso e non concesso che la buona volontà ci fosse di eseguirlo. Una delle più alte personalità tedesche mi diceva: «Una volta le guerre erano bilaterali: da Versailles in poi si è dimostrato che la guerra può essere unilaterale, cioè fatta da un solo belligerante contro un inerme. Quello che si è stipulato a Versailles non è un trattato di pace: è un trattato di guerra: fatta ancora nello spazio, con occupazioni territoriali o minaccia di occupazioni territoriali e dislocata nel tempo per alcuni decenni». Da questa convinzione del popolo tedesco, al segreto, ma irrefrenabile desiderio della rivincita e della vendetta, è logico e fatale il passo. L’odio contro la Francia si accentua ogni giorno di più sino a diventare parossistico. Guai alla Francia, se i tedeschi, potessero domani, fare una nuova guerra e vincerla! Gli ultimi francesi sarebbero gettati nell’Atlantico. Per fortuna che il problema della riscossa tedesca, non è soltanto francese, ma è anche inglese e italiano. Qui si appalesa tutto il dramma di Versailles e il terribile dilemma che non fu possibile risolvere: largire alla Germania un benigno trattato di pace, significava rivederla in piedi dopo un brevissimo periodo di tempo, ma coll’infliggere alla Germania, un durissimo trattato di pace, si otteneva sì, lo scopo di paralizzarla militarmente per qualche decina di anni, ma si accendevano nell’anima tedesca, sempre più potenti e implacabili, i desideri della rivincita.
IV
La Germania non è repubblicana e non può essere pacifica. (Torna a fornire la letteratura militarista dell’ante-guerra!). Sotto la maschera della miseria, quale volto si cela? Qui si può rispondere che — nonostante la fiera di Lipsia, nonostante il vertiginoso aumento delle esportazioni tedesche, nonostante la penetrazione in Russia, nonostante il lavoro in pieno delle officine — l’economia tedesca è profondamente malata. Essa deve reggere questo triplice onerosissimo peso: riparazioni, spese di occupazione, deficit del bilancio statale. Il compromesso fiscale è un palliativo. L’inflazione cartacea attinge cifre fantastiche. Il torchio gira continuamente. E più gira e più il marco perde del suo valore. Nei confronti del dollaro è 1 a 300. Non mi sembra provato che la Germania abbia voluto volontariamente deprezzare il suo marco. Bisognerebbe pensare a propositi di bancarotta. Comunque si ha l’impressione di un popolo che lavora, di una borghesia tecnica e produttiva che fa sforzi erculei per evitare l’abisso, ma si ha anche l’impressione che tutto ciò potrebbe essere inutile. Il mito della ricostruzione europea la frase che più ricorre sulle labbra tedesche è in questo momento «Wiederaufbau Europas» — non è una trovata tedesca, non risponde, cioè, soltanto a un interesse tedesco. Ci sono già, in Europa, spalancate una piccola e una grande voragine: l’Austria e la Russia. Ci sono cioè, due paesi, nei quali l’economia è gravemente sconvolta e paralizzata. Si tratta ora di sapere, se conviene all’Europa e al mondo, che una terza voragine si apra nel centro del nostro continente, che non ha un solo arto del suo organismo immune dalla crisi. Si tratta di sapere se un nuovo caos economico deve aggiungersi agli altri esistenti. Non v’ha dubbio che la catastrofe tedesca, sarebbe disastrosa per l’avvenire politico ed economico di tutta l’Europa.
La conclusione è una sola: l’Italia deve accettare e sostenere il punto di vista inglese. Poiché repubblica e pacifismo in Germania, sono maschere e non volto, ombre e non realtà, è necessario che le potenze occidentali garantiscano sé stesse e la Francia, dalle possibilità di una ripresa offensiva della Germania. Non v’è altro mezzo per assicurare un relativamente lungo periodo di pace all’Europa. Secondo, poiché la catastrofe dell’economia tedesca, pregiudicherebbe gli interessi di tutto il continente e frustrerebbe i risultati della vittoria, è necessario pur mantenendo integre le clausole territoriali del Trattato di Versailles, mitigarne le clausole economiche-finanziarie.
In altri termini: Patto di garanzia fra le Nazioni occidentali; moratoria alla Germania. Dare un respiro alla Germania, vigilarla, costringerla — dopo un determinato periodo di tempo — a pagare. Questo potrebbe essere, alla vigilia di Genova, il punto di vista del Fascismo.
Benito Mussolini
Gerarchia, anno I, n 3
25 marzo 1922